Coming

scritto da Antursa il domenica, 15 marzo 2009,19:27
Guardo l'archivio del mio blog e scopro che: l'anno 2009, un vuoto inesprimibile.
Che succede Antursa?
Che succede in questo 2009 cominciato da tre mesi esatti, poco più poco meno.
Che succede alla tua vita cre(a)tiv(n)a?
Che succede ai tuoi impulsi repressi/depressi, ai tuoi istinti inespressi e rappresi al di sotto di una specie di tessuto anestetizzato che para e rimbalza i colpi e i contraccolpi.

Succede un bel niente. Succede che è il momento di tornare, sul serio. E' il momento di riadoperarsi per raccontare ciò che.
E' il momento di ribadire l'estraneità della mia esistenza e vidimare il ticket della destinazione ostinata e contraria, ferma ad un passo da me.

Ora o mai più.
categoria:
commenti: commenti (popup) | commenti

A modo suo

scritto da Antursa il domenica, 28 dicembre 2008,17:06

Lo sguardo perso. Fissa il vuoto, impaurito, sperduto. Si muove lentamente in uno spazio infinito, adagio cammina tossisce, respira a fatica.

 

Ogni movimento, seppur minimo, manifesta il suo disagio, la difficoltà dei processi più essenziali. Respirare, ingoiare. Comunicare.

Fissa il vuoto e ascolta i rumori circostanti.

Un girone dantesco, una specie: lussuriosi, golosi, afoni.

 

A fatica pronuncia qualche sillaba, emette qualche suono, quasi impercettibile.

Ognuno dei presenti si guarda intorno e lo teme, teme di non capirlo, teme di chiedergli il bis.

Io lo guardo, non lo capisco ma voglio farlo, insisto. Ripeti!, lo incito con lo sguardo, Ripeti! Provo a capirti!

Allora lui ripete e io capisco. Ripete e capisco.

Sono contenta.

Allora rispondo e poi domando. Ho voglia di parlare con lui, di comunicare con lui.

A modo suo.

E’ triste vederlo così dimesso. Ripenso a un anno fa, ripenso a com’era prima. Prima di tutto.

Lui, quello di sinistra e poi di destra. Lui, quello degli ideali. Lui, quello che ci comprava Il Corriere dei Piccoli e ci faceva vedere Samarcanda. Lui, quello che le patatine proprio no e la coca cola nemmeno a parlarne. Lui, quell’ombra sinistra che compariva sempre all’angolo della strada quando facevi sega a scuola o ti infrattavi con qualche ragazzetto.

Lui. Ora fissa il vuoto senza parole, senza parlare.

Provo a isolarmi, fisso lo stesso vuoto.

Mi distrae una voce di donna che descrive il suo pellicciotto di Arcan.

Che diavolo è l’arcan, penso. E domando.

 

E’ una pecora persiana.

Cosa?

Una pecora persiana.

Non ho capito.

Una pecora persiana.

 

Adesso ho capito. L’ho capito. Ancora una volta. E’ facile, bsta prestare attenzione.

Ed io voglio farlo ancora, capirlo, parlare con lui. Anche senza parole.

A modo suo.

 

categoria:riflessioni
commenti: commenti (popup) | commenti

Moving

scritto da Antursa il mercoledì, 03 dicembre 2008,21:15

Un copione predefinito, qualcosa di già sentito. Un ritornello già ascoltato, un film già visto.

 

Stanchezza, tanta. Una stanchezza mai provata.

Spasmi e vuoti d’aria, tutti costipati nel substrato più di me dimesso.

Mai sentita così in vita mia.

Stanchezza, tanta. Che mi ha portato fin qui, trascinandomi, quasi arenata sui binari dell’insoddisfazione.

Insoddisfazione, tanta.

Switch off.

Da lì a qui.

Moving. Si dice.

 

Era così, in quel lontano aprile quando tante cose dovevano ancora succedere, tante persone dovevano ancora incrociarsi, tanti fili dovevano ancora dipanarsi.

Era così in quel lontano accenno di primavera, da Roma nord, Battistini per l’esattezza, fino a quella stazione piena di zingari, a me ancora sconosciuta, piena di ubriaconi, a me ancora sconosciuta, piena di studenti, a me ancora sconosciuta, piena, vorticosamente piena, di tante cose simultaneamente.

Welcome era scritto sui muri. Welcome to Tiburtown.

Da lì prese piede un po’ tutto, da lì passò un po’ tutto, da lì si partì per questa meta agognata e irraggiungibile. Da lì da quella stretta di mano che “sciao sciao” disse al primo impatto e “sciao sciao” rimase per sempre.

 

Moving.

Silenziosi i muri osservano un’insolita solitudine. Le dita scivolano su questo tasti, a fatica simulano pensieri serrati, pensieri nascosti, pensieri stentati.

Stanchezza, tanta. Stanchezza che fa male, stanchezza che non mi appartiene. Stanchezza che rasenta il black out generale.

 

Era così a Tiburtown. Era così prima di quella colata di vernice arancione come i muri, i miei muri. Tante scritte nascoste sottopelle. Eravamo altri, in quei tempi. Eravamo tanto altro. Quell’altro racchiuso pacco dopo pacco in un passaggio di tempo. Quell’altro raccolto pacco dopo pacco. Quell’altro riposto sapientemente in un luogo sempre mio.

 

Stanchezza, tanta. Difficile elaborare concetti quando la sensazione è di vuoto totale.

 

Stanchezza, tanta. Di tutta questa infinita sottrazione.

 

categoria:
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)

Disoccupate le strade dai sogni

scritto da Antursa il venerdì, 03 ottobre 2008,15:05

Che ci si fosse ritrovati in una fase di oscurantismo sociale e civile non è davvero cosa difficile da esperire. Basta farsi un giro per le strade, i mercati, le file alla posta. Tutti si lamentano, arrancano per arrivare a fine mese, si limitano alle cose indispensabili o si indebitano per concessioni scellerate. Uno scenario da austerity, da crisi economica, da recessione che non avvertivamo da molti anni.

Eppure nessun intervento reale, mesi su mesi di vuoti pubblici e politici, chiacchiere su chiacchiere a proposito di riforme essenziali, di interventi immediati su questioni fondamentali. La casa, il lavoro, la sanità. E poi l’istruzione e tutto il resto. Solo la riforma del federalismo, del tutto opinabile certo, ma non impellente. Il lavoro continua a non esserci, i concorsi non si sbloccano (ho fatto personalmente domanda per un concorso della Agcom a Maggio e ad Ottobre non so nulla), il mercato immobiliare continua ad essere inaccessibile e gli ospedali pubblici fanno schifo.

Cosa accade quando un paese tende verso una crisi profonda generale e generalizzata? O meglio, cosa dovrebbe accadere? Non ci si dovrebbe forse ribellare? Manifestare? Rivendicare?

Invece accade di svegliarsi improvvisamente e sentirsi autorizzati a picchiare, sprangare, addirittura uccidere.

La violenza di questi giorni è veramente inaudita. Le periferie delle città sono da sempre ricettacolo di degrado sociale, ignoranza, vuoti valoriali. Ma la colpa non è mica di chi ci vive. Per anni, parlo della città di Roma, ci sono stati tentavi pubblici di intervento in queste aree terribili, dove prolificano gruppetti di adolescenti facinorosi a cui si è tentato di suggerire altri registri, altri input. Dove sono finiti quegli “istituti”?

L’episodio dell’uomo cinese massacrato ieri è la punta di un iceberg di una violenza imperdonabile, di cui lo stato per primo deve farsi carico. Un uomo aspetta un autobus e si ritrova in pochi attimi nell’ospedale più vicino. Cos’è, la sceneggiatura di un film di Tarantino? Uno script di John Fante?

Trovo vergognoso tutto questo, trovo vergognoso che atti del genere avvengano in pieno pomeriggio, davanti ad un teatro a poche settimane dalla kermesse per cui lo stesso teatro è stato rimesso a nuovo. Trovo vergognoso che qualcuno abbia pensato, neanche troppo sotto le righe, che quel cinese e tutti gli altri vengano qui a togliere lavoro a noi…

Quale lavoro? Quello che non c’è, quello che offre salari da fame, contratti illegali depauperati dei diritti minimi garantiti?

Mi sento di vivere in una città deturpata dalle scritte, dalle ingiurie, dall’inciviltà. Mi sento di non appartenere a tutto questo.

Mi vergogno di dire che sono italiana. Mi vergogno quando vedo le lacrime di un immigrato picchiato, clandestino, che dichiara a questo punto di volersene tornare da dove è venuto.

Mi vergogno e non accetto l’indifferenza di chi continua a coprirsi gli occhi.

Mi dissocio totalmente da tutto questo.

E il papa facesse bene a dedicarsi a questioni più importanti della contraccezione. Anzi facesse bene a starsene in silenzio relegato in quel suo stato del cazzo, dove la benzina costa meno, le sigarette pure, le medicine non ne parliamo e l’accesso è negato se non sei figlio del potere. Il potere losco di questa italia piccola e clientelare. Che poi, a pensarci bene, io in quello stato non ci entrerei nemmeno se mi regalassero chiavi.      

categoria:vomito
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)

scritto da Antursa il domenica, 28 settembre 2008,14:13

Eppure mi mancherà. Lo so. Lo sento.

 

Lo avverto ogni volta che lo guardo, con quella sua delicatezza, la stessa con cui apre la porta del bagno ogni mattina, la richiude sbattendola, il muro quasi divelto. La stessa delicatezza con cui apre e chiude la porta di ingresso, una porta blindata vagamente fragorosa, che rimbomba per tutto lo stabile, otto piani, otto, dal primo fino all’ultimo compreso le cantine. La stessa delicatezza con cui ripara fili elettrici dimenticando di staccare la corrente, correggendo eventuali anomalie del rame, sempre elettrico, con una spalmata di scotch. La stessa delicatezza, soprattutto la stessa lungimiranza, con cui decide di coprire il box doccia, bianco opaco come qualunque box doccia, con fogli adesivi blu elettrico, fogli adesivi la cui colla si impregna sulla parete del box doccia generando liquidi filamentosi che si adagiano nelle fessure e stagnano insieme all’umidità. La stessa delicatezza e lungimiranza, soprattutto arguzia, con cui decide di adagiare un tavolino da quattro, di quelli da giardino, sul muretto del terrazzino, con le gambe in su, otto piani sul livello della strada. Che se per caso un po’ di vento soffiasse…ma che vado mai a pensare, pure io.

E quella delicatezza, lungimiranza, arguzia e proverbiale pragmatismo con cui stamattina ha deciso utilizzare l’aspirapolvere per pulire il cuore del computer, scheda madre et similia, per poi richiuderlo e rendersi conto che non si accendeva più.

 

Eppure mi mancherà, lo sento.

Quando, finalmente, giungerà il momento di dimenticare per sempre di aver vissuto con un idiota veramente raro.

 

categoria:
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)

Che posso essere ancora un po’ incazzata?

scritto da Antursa il giovedì, 11 settembre 2008,19:18

Tornando dal lavoro, anzi dall’ufficio che fa più figo. In motorino.

Tutti tornano dall’ufficio più o meno alla stessa ora, quindi le strade sono piuttosto intasate.

Una moto con un energumeno alla guida mi supera a destra e poi passa a sinistra, tagliandomi la strada. Provo a sollevare il braccio destro, per poi sollevare la mano destra e quindi il medio destro. Ma. L’energumeno indossa una t-shirt nera con una stampa sul dorso che recita così: "che posso essere ancora ‘n po’ ‘ncazzato?"

Abbasso dito, mano e braccio e proseguo. Al semaforo lo raggiungo. Indossa un casco nero, completamente oscurato con una visiera che sembra più una protuberanza verso l’esterno. Somiglia ai caschi che indossano gli astronauti.

Una specie di tenuta anti rodimento di culo.

Esattamente quello che mi ci vorrebbe.

Ora vorrei scendere dal motorino e stringere la mano all’energumeno perché l’ho capito. Fino in fondo.

 

Ecco, io mi sento un po’ così. Da un po’ di giorni. Forse da tutta la vita. Però tempo fa riuscivo a, come dire, arginarmi con qualche espediente (tipo sognare, cose così, di poco conto).

Ora ho qualche difficoltà.


Non ho mai amato i cucuzzari, cioè quelle conventicole che devono fare le stesse cose, vestirsi nello stesso modo, usare slang generazionali. Eppure sono stata cooptata in un ufficio di sole donne, fatto solo per donne, con un registro contenutistico only female, ma poi female della peggior specie. Di quelle che mi fanno sperare un dì di diventare ermafrodite o asessuata o qualcosa che ancora devono inventare.

E così la mattina si deve fare colazione tutte insieme, a pranzo il pranzo, nel pomeriggio l’aperitivo. Dopo due giorni io era già inquadrata come asociale.

Che poi a questo mondo sembra un delitto volersi un attimino affrancare dal tal gender, magari non riconoscendosi minimamente in tutto ciò.

Certo io combatto la mia battaglia.

Così tutti i giorni alle 9 in punto arrivo, apro la porta, percorro velocemente il corridoio e saluto con un “buondì” generico e generale, senza troppa confidenza, senza guardare nessuno, senza rischiare di diventare troppo intima con nessuno. Mi precipito nel mio ufficio, mi siedo alla mia scrivania, accendo il computer e fisso il monitor, pronunciando il mio mantra: resisti, resisti, resisti.

Non è per tutta la vita, non è per tutta la vita, non è per tutta la vita.

Ogni tanto funziona.


La mattinata in genere passa. Il pomeriggio è un po’ più lungo. Infatti sto elaborando un mantra più funzionale.

Ora che ci penso volevo scrivere un post “musicale” sul nuovo album di Caparezza.

Mi ha distratto il mio coinquilino che mi aspettava sulla porta, esagitato più di sempre. Aveva gli occhi infuocati e guardava proprio me.

“Spostati, idiota!”, l'ho apostrofato.

“Mi hai rubato le banane…”

“?!”

“Si, io ne avevo comprate quattro e ne ho mangiata una. Ora nel frigo ce ne sono tre. Quindi me le hai rubate.”

L’ho guardato con odio. Gli avevo proibito di rivolgermi la parola, ma lui non rispetta le regole della buona convivenza.

Quindi mi è risalito il veleno e mi sono dimenticata di recensire Caparezza.

Però adesso mi sento un po’ meglio.

 

 

categoria:
commenti: commenti (5)(popup) | commenti (5)

scritto da Antursa il martedì, 02 settembre 2008,23:05

Uno non fa che lamentarsi. Se il lavoro non c’è ci si lamenta. Se poi il lavoro c’è, ci si lamenta ugualmente. Perché non è proprio conforme alle aspettative. Diciamo nemmeno tangente, cioè nemmeno lo sfiora, cioè ne è lontano anni luce.

Ma mica bisogna puntualizzare così tanto.

Che se uno ha studiato Comunicazione va bene qualunque cosa.

E allora se la tua collega vicina di scrivania, cioè la tua responsabile che decide del tuo operato, è un ex cassiera di panorama e a malapena c’ha le terza media.

Beh, insomma, mica bisogna puntualizzare così tanto.

Che se il tuo operato, su cui la tua responsabile ex cassiera di panorama, consiste prevalentemente, anzi esclusivamente, nel fare telefonate e inserire dati, mica bisogna puntualizzare così tanto, del tipo sono laureata per inserire dati.

Il lavoro è lavoro.

Certo se poi la tua responsabile ex cassiera di panorama ha un contratto collettivo a tempo (in)determinato, ma anche determinato, e tu ne hai uno a progetto (forse), mica bisogna puntualizzare così tanto.

Che la tua responsabile ex cassiera di panorama con contratto a tempo (in)determinato guadagni circa 400 euro più di te al mese e abbia malattie e ferie retribuite, insomma quei diritti minimi garantiti, sono ovviamente dettagli sormontabili e di poco conto. Mica si vorrà puntualizzare pure su questo.

No, perché altrimenti c’è da aggiungere che la responsabile in questione ex cassiera con contratto a tempo (in)determinato che guadagna circa 400 euro più di me e ha malattie e ferie retribuite, ha pure la mia stessa età, una figlia di due anni, una casa sua e un marito poliziotto. Ah, e sempre lei avrebbe addirittura la tessera famigliare per entrare nello stato vaticano (infatti si è sposata a San Pietro), qui veramente a voler puntualizzare.

E certo nello stato vaticano la benzina costa meno, le sigarette costano meno, le medicine sembrano essere miracolose (d’altronde dio mica poteva andare in farmacia sulla tiburtina), i vestiti costano meno, non si paga l’iva e non esiste l’ilva. Ma come si faccia ad avere la tessera del vaticano è un bel mistero. Sono quelle rare sette italiane in cui o ci nasci o non ci muori.

E che cazzo, stiamo proprio puntualizzando.

Comunque di questo nuovo lavoro sono proprio contenta.

Vado tutti i giorni in ufficio, alle 18 ho finito e posso pure andare al supermercato a fare la spesa. Nelle ore di lavoro il clima è disteso, ci si confronta con le colleghe, sugli scrub, sulle lamette meno invasive, sui compimesi (cioè, il compi-mese, quando si compiono i mesi con i fidanzati, roba da ponte Milvio) e cose così. Non è che si può puntualizzare pure sugli argomenti di discussione, diamine. La vita non può essere sempre un peso, ci si deve alleggerire.

Ah, se per caso la responsabile ex cassiera con contratto a tempo (in)determinato che guadagna circa 400 euro più di me e ha malattie e ferie retribuite, con la mia stessa età, una figlia di due anni, una casa sua e un marito poliziotto e la tessera del vaticano, beh se lei abita nei pressi del palazzo in cui hanno “sistemato” quei cento sfigato extracomunitari sbarcati a Lampedusa e poi trasferiti nella capitale, statela a sentire perché vi dirà che, porca troia, lo stato italiano non dà la casa agli italiani però la dà ai negri e agli zingari.

E qui è proprio per puntualizzare con che cazzo di gente devo spartire il mio tempo. Certo il lavoro è lavoro.

Ma allora vaffanculo mondo.

categoria:
commenti: commenti (2)(popup) | commenti (2)

Varchi spaziotemporali annidati nel cuore dell'esistenza

scritto da Antursa il giovedì, 28 agosto 2008,18:53

Prima o poi arriva.

La leggerezza che ti assaliva piacevolmente al risveglio, quasi incosciente del luogo e del tempo, ovunque potevi essere ovunque. Era bella quella sensazione, leggera, libera, vuota. Da tanto non mi sentivo così. Era bello schiudere gli occhi e immaginarsi una caffettiera, il profumo del caffe, una tazza di latte bollente, l’odore del pranzo già sul fuoco che qualcuno stava preparando anche per te. Era bello aprire la porta e augurare il buongiorno a chi era già in attività. Era bello sentirsi parte di un qualcosa che nella normalità non c’è. Era bello guardarsi intorno e assaggiare quelle vibrazioni famigliari così lontane e così forti.

Prima o poi arriva che quella leggerezza si esaurisca.

E attraversi campi di grano giallo, destinazione contraria che ti riporta indietro, su per i monti campani a risalire la china dello stivale. Certo a metà, che Roma non è mica nord, ma pur sempre lontano.

E la leggerezza ci mette poco a schiantarsi contro il muro di cinta della via Tiburtina che arranca ancora per il caldo. Non sembra essere passata di qui nessun’aria di vacanza. L’asfalto arde come all’andata.

La porta di casa è chiusa con doppia mandata, pochi attimi e anche il coinquilino rientra con provviste di cibi al seguito. Pochi attimi per renderti conto che sei ritornato nella stessa identica situazione. Nulla è cambiato. Il livello di insofferenza riemerge dal profondo.

La depressione post vacanza non è depressione post vacanza ma lo è in sé. E’ malinconia, è senso di smarrimento, è solitudine, è insoddisfazione. Tutto riemerge più chiaro di prima.

Provi a far finta di niente. Chiudi gli occhi e ti sforzi di mantenere attiva la ricarica di leggerezza, quella di scorta, quella che hai conservato di nascosto quando il caffe e il latte bollente e l’odore di pranzo a colazione venivano sprigionati insieme all’affetto e alla gioia di averti lì.

Eppure tutto dura troppo poco.

Gli occhi si riaprono, il coinquilino ha già invaso di estranei casa tua (e sua, ahite), e tu sei nuovamente lì, in quei tre metri per tre a pensare che vorresti essere altrove. Veramente altrove. Lontanissimo.

E invece tutto è qui immobile, nello stesso tempo, nello stesso luogo.

Ma io non sono più qui.   

categoria:
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)

scritto da Antursa il venerdì, 01 agosto 2008,09:39

Mi sono svegliata con degli strani rumori, molesti, direi. Ho toccato il lenzuolo ed era completamente zuppo di sudore. Fa caldo ai Montitiburtini, un caldo risolutivo e definitivo. Un caldo insopportabile. Un caldo che mette in fuga, da tutto, da tutti, da Roma soprattutto.
Inchiodata in questa città soffocante da vicissitudini improbabili, mi immagino la terra promessa, il mare, il sole, la calma piatta di chi sta in vacanza.

E nel frattempo rimando a settembre qualunque riflessione, soluzione, propensione. Che il mio cervello, now, è vagamente sodomizzato dall’atrofia.

Antursa is coming on holiday. Maybe.

categoria:
commenti: commenti (popup) | commenti

Al peggio non c'è mai fine

scritto da Antursa il mercoledì, 23 luglio 2008,19:05

Era estate, faceva caldo. Il terreno era rosso e gli ulivi silenti.
Ma di poetico c’era ben poco.

Sedute su un muretto, io e una mia cugina più piccola. Sommando la nostra età superavamo di poco i dieci anni. Davanti ai nostri occhi si consumava un omicidio.
E tre bambini più grandi, di cui uno presumibilmente cugino ad entrambe, si facevano attori dell’efferato delitto. Costringendoci a guardare.
Avevano architettato tutto nei minimi dettagli. Prima raccoglievano dei fili d’erba lunghi e secchi in modo che rimanevano quasi rigidi come sottili bastoncini. Poi, ad una delle estremità, facevano un piccolo nodo lasciandolo lento, cosicché si formava una specie di cappio traditore. Quindi partiva la caccia alla vittima.
Una volta raccoltala nell’insidiosa trappola, la trascinavano su per il vialetto fino a raggiungere il muretto di cinta. Quindi costringevano noi a presenziare l’esecuzione. Prima la ammazzavano dividendola tipo in due parti. Poi la sventravano. E poi bruciavano i pezzetti residui.
Per loro era il massimo del divertimento.
Io, alla fiera della fiera, correvo a vomitare. Mia cugina, incosciente, rimaneva basita.
I brandelli di lucertola trasformati in fuliggine volavano via col vento.
E se qualcuna di noi due osava raccontare l'accaduto poteva contare le sue ore e sarebbe finita come la lucertola, sventrata e bruciata.

I bambini sono sadici e cattivi. Figuriamoci. Uno pensa di avere a che fare con esserini incontaminati da spupazzare e invece sono piccoli mostri. Dalla loro hanno però la totale mancanza di consapevolezza che rende necessaria la supervisione di un adulto, più o meno sano di mente.
Ho lavorato tanto con i bambini e mi sono accorta che sono diabolici e capaci di macchiarsi di cose orribili, soprattutto contro insetti e animali.
Sono anche stata bambina e non mi sono mai macchiata di delitti ma ne sono stata testimone più volte.
I bambini sono attratti dal macabro, dai mostri, dai guerrieri e dalle lotte cruenti. Il mondo dei giocattoli è popolato di pupazzetti e mostriciattoli, spade e fucili, maschere da guerra e mondi sconosciuti.

Questa è l’immaginazione, la fantasia. Forse anche un po’ l’esorcismo dei genitori.

Mentre preparavo la tesi facevo la babysitter di una bambino di due anni. Era un mostro. Mi riempiva di botte. Appena varcavo la soglia della sua camera ero terrorizzata. Ogni volta mi accoglieva con un’arma diversa. La cosa più terribile era la spada che si illuminava a suon di urla minacciose. Me la piantava ovunque. Una volta mi sparò un colpo di pistola di plastica sul piercing, perforandomi un capillare e lasciandomi col naso che colava sangue. La madre atterrita non sapeva come scusarsi per aver messo al mondo una peste terribile.
Eppure cercavo dei codici. Lo odiavo ma lo perdonavo perché aveva due anni.

Ora mi domando dove finisca il limite.
Quello dei bambini incoscienti e dei genitori idioti. Quello del lecito e dell’illecito.

Di certo mi sconcerta e molto una giostra che riproduce l’esecuzione di un fantoccio sulla sedia elettrica.
Di certo mi sconcerta e molto sentire che qualcuno possa divertirsi dinanzi ad una cosa così aberrante.
Quando da piccola dicevo che non volevo andare in chiesa (saggia già da allora) perchè mi faceva schifo vedere croci ovunque e mani e piedi insanguinati, e volti sofferenti, e dolore ovunque. Bè, mi si guardava con occhio torvo.
Però poi siamo pronti a portare i nostri figli in un lunapark del cazzo anziché insegnargli un gioco o leggergli un libro (e vabbè, ogni tanto se po’ fa) e, addirittura, siamo disposti a pagare per mostrare ai nostri figli qualcosa di raccapricciante che al confronto la mia lucertola era roba da dilettanti.

E soprattutto cosa gli stiamo trasmettendo? Quale tipo di messaggio?
Mi sembrava che in Italia, per fortuna, la pena di morte fosse vietata come la tortura, o no?
E se poi per caso mio figlio mi venisse a stimolare mentre dormo con una presa elettrica o che so io, con chi dovrei prendermela?

categoria:riflessioni
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)